TURISMO

L'oratorio del Monte Ventasso tra Leggende di branchi di lupi

Percorrendo a ritroso la vita degli abitanti della nostra valle, quella che il Secchia forma nel suo tratto superiore, dove più alte sono le cime dell’Appennino, ci accorgiamo sempre più come questi ci hanno lasciato segni chiari, anche se semplici e per questo facilmente sfuggenti all’osservazione dei forestieri, della loro esistenza modesta, operosa e pur così intessuta di fatalismo.
Rivisitando oggi la presunta e remota origine ligure di queste popolazioni e pensando ai primi luoghi di culto di questi primitivi pastori, occorre ricordare che la loro religione naturalistica aveva alla base la grande concezione della vetta come residenza di qualcosa di grande e potente che poteva proteggerli ma anche punirli in ogni momento. Il monte era sacro e quindi era lassù che i luoghi di culto fiorivano ed era ad essi che rivolgevano il loro pensiero nei momenti di necessità.
Poi le generazioni sono passate, si sono trasformate, ma qualcosa di quel lontano affetto reverenziale è rimasto.


La leggenda di Maria Maddalena
Anche noi quindi, senza avere alle spalle una storia tanto importante come quella greca, abbiamo il nostro monte sacro: il Ventasso. Ed è lassù che in un pianoro roccioso e pieno del fascino delle grandi alture, sorge l’oratorio dedicato a Santa Maria Maddalena, le cui origini sono ormai millenarie.
I nostri vecchi, forse non riuscendo a darsi una spiega. zione di come fosse stato eretta, con enormi difficoltà, una costruzione così solida da reggere al logorio del tempo, in luogo tanto impervio e lontano dagli attuali centri abitati, si sono rifugiati nella leggenda e ad essa sono rimasti legati per tutta la vita.
Così la prima donna che lassù si era rifugiata per fare penitenza era diventata la Maddalena, quella stessa che secondo i libri sacri ebbe così grande importanza nella vita di Cristo. Lassù si era fermata al termine di un lungo viaggio dalla terra di origine e passava la vita avendo come unico rifugio una breve grotta sotto un grande masso che ancora esiste a poca distanza dall’attuale oratorio. Sulla sommità di questa grande pietra si era formato un catino naturale che si riempiva con l’acqua piovana e questa era l’acqua della penitenza, l’acqua sacrale.
Ancora oggi, nella festa della Santa, quando al Ventasso salgono tutti i montanari, molte donne si rannicchiano nella piccola grotta dell’antica penitente e lì restano qualche tempo in preghiera, segnandosi con l’acqua contenuta nel catino del grande masso. Un tempo nella lunga salita al monte di oltre due ore, era facile essere compagni di viaggio di persone che compivano il faticoso tragitto a piedi nudi e salmodiando.


La storia del piccolo oratorio
Oggi, a noi che apparteniamo all’ultima generazione della civiltà contadina così come per molti secoli si è espressa in montagna, quando ogni anno ci ritroviamo all’appuntamento della festa all’incrocio dei sentieri dei diversi paesi, viene spontaneo riflettere
sul passato e cercare le testimonianze della storia del piccolo oratorio, il più alto della provincia. E’ storia il fatto che sull’alto crinale del contrafforte del Ventasso correva la strada che i romani, dopo anni di lotte e dopo grandi soprusi erano riusciti a tracciare (Tito Livio, Storia, libri 39-4 1).
Questa si affacciava alla nostra valle all’Ospedalaccio del Cerreto, toccava le pendici del Casarola e proseguiva sempre ad alta quota. Per mezzo di essa i romani potevano mettersi in comunicazione in tempi abbastanza brevi con la pianura padana che già da allora era uno dei maggiori centri di rifornimento di vettovaglie. E’ probabile che già anticamente vi fosse un simbolo di religiosità pagana, forse dedicato a Ve nere per cui è evidente il legame di contrapposizione, in un momento di diversa religione. In epoca matildica, come in altri luoghi di dominio del l celebre contessa, lungo questa strada percorsa spesso da pellegrini-viandanti bisognosi di assistenza, furono eretti degli « ospitali », rifugi che si trovavano circa alla distanza di un giorno di cammino l’uno dall’altro. Sorse così il rifugio al passo delle Cento Croci, detto più tardi dell’Ospedalaccio e quello annesso all’oratorio del Ventasso. Quando la strada di crinale cessò di essere utilizzata per le frane che l’avevano in gran parte distrutta e per la pericolosità costituita dalle imboscate e dai branchi di lupi, rimase l’edificio con tutta la suggestione dell’isolamento dal mondo e come posto ideale per il « romitaggio ». Parve quindi che l’edificio fosse ideale per fondarvi una piccola comunità di donne penitenti come risulta da documenti presso l’Archivio di Stato di Reggio Emilia (Provvigioni del Comune), datati 1319. Pare che il romitaggio fosse tenuto da diverse donne e fondato da una certa Benvenuta, figlia di Ferrario della Costa. A proposito della provenienza di questa donna sono state espresse opinioni diverse, la più autorevole delle quali è quella dello storico Francesco Milani di Marola, che la dice originaria di Costa dè Grassi (Nel 50° di sacerdozio di monsignor Orlandi). Osservando la cosa però da un’angolatura diversa e tenendo conto di varie giustificazioni « in loco », riteniamo potesse trattarsi di una donna di Nismozza, dove esisteva già allora un nucleo familiare detto « della Costa » per il luogo nel quale, in paese, sorgeva la loro casa, luogo ancora oggi detto «dell’eremita ».
Altra testimonianza dell’esistenza dell’oratorio, oltre che del romitaggio è data da un testamento giacente presso l’Archivio di Stato di Reggio Emilia (Protocolli di diversi notai, Atti di Tommasino da Campagnola), fatto da un certo Enrico da Nismozza in data 13 luglio 1350 in favore del nipote Pinarolo della Costa. In appendice al testamento viene espressa la volontà di lasciare sei soldi alla chiesa di Santa Maria sul Ventasso.
Sul « Reggianello » del 14 luglio 1893, Giovanni Saccani dice che il 18 giugno 1376, Lorenzo vescovo di Reggio concesse all’eremita Richildina, in eremitaggio a Rossena, di spostarsi sul monte Ventasso presso la chiesa della detta Santa, luogo più adatto alla meditazione, così come essa stessa aveva richiesto.
Nonostante spesse volte nel corso di visite pastorali alcuni vescovi abbiano descritto la chiesa in cattivo stato, il culto rimase e si allargò a molti paesi limitrofi. Tale era il concorso di gente che nel 1400 si teneva lassù una fiera di bestiame e il duca provvedeva ad inviarvi un certo numero di soldati a tutela dell’ordine pubblico. Infatti il 22 luglio o la domenica successiva se la data cade in giorno feriale, ancor oggi dopo le funzioni religiose del mattino, ogni paese lassù convenuto si ritira fra le macchie di faggio e procede al pranzo e alle libagioni, ai canti e al ballo sull’erba. Oggi i pellegrini sono contenuti e si limitano a manifestazioni di allegria. In passato spesso venivano alle mani o usavano l’archibugio quando non erano più completamente padroni di sé. Per questo motivo alla fine del 1700 (archivio parrocchiale di Busana, corrispondenza Diocesi) il vescovo di Reggio proibì la partecipazione al pellegrinaggio a tutte le parrocchie in uno stesso giorno. Dovevano farlo in giorni diversi e di questo fatto rimane la traccia nel canto dell’inno alla Santa, tramandato da chissà quanti anni, che per tutti ha le stesse parole ma varia il motivo musicale.
L’oratorio aveva un suo beneficio che, in epoca feudale, era di giuspatronato dei conti Dalli, i quali nominavano il sacerdote ad esso preposto. L’ultimo di questi, il canonico Giov. Battista Dalli residente a Reggio, l’aveva affittato ai pastori locali. La figura dell’eremita, sia pure sotto forma di custode, è rimasta fino al 1860 circa.
Egli provvedeva alle necessità sue e della chiesa questuando vestito col saio e presenziando anche a funerali e matrimoni in paese. Nel 1776 Domenico Costa di Nismozza chiedeva al Segretario Consigliere di Stato il permesso di continuare a vestire il saio quando si apprestava alla questua. il permesso veniva accordato due anni dopo, come ha scritto monsignor Prospero Simonelli sul periodico « La Giovane Montagna » (n. 8 anno XXXIV).
L’ultimo personaggio noto per questo incarico fu Sante Leoncelli di Busana; nel 1867 tale incarico fu definitivamente proibito dal prefetto. Al posto di questa figura si creò quella del fabbricere; fino a poco tempo fa tale cura era affidata a Marsilio Bucci che, morto più che novantenne due anni or sono, portò a termine l’incarico fino all’anno prima della sua morte.
Nel 1910, con il concorso di trenta parrocchie fu eretta sulla cima del monte una croce di ferro, in seguito abbattuta da un fulmine e quindi sistemata ad una quota più bassa a occidente della chiesa. Sulla vetta del monte è stata posta una croce di ferro dall’Associazione Nazionale Alpini, in memoria dei Caduti di Pizzo Palù.
Durante l’ultima guerra l’oratorio serviva di rifugio ai partigiani per cui fu bruciato dai tedeschi nel corso di un rastellamento. AI termine del conflitto la chiesa e l’attiguo rifugio venivano ricostruiti a cura dell’arciprete di Busana don Trentino Simonazzi che si rendeva interprete della volontà della popolazione. L’edificio è costruito in pietra grezza sia all’esterno che all’interno; spoglio, umile ma molto suggestivo. A fianco sorge un piccolo locale sempre aperto, forse a ricordo di quell’ospitale di tanti secoli fa, dove è possibile riscaldarsi ad un semplice focolare e riposare.
Anche nello scorso anno l’oratorio ed il rifugio sono stati sistemati con opere murarie dalla suddetta Associazione e, a cura di Romano Orlandi di Acquabona, con il concorso del parroco di Busana, della popolazione e di molti volontari, si è provveduto alla sistemazione degli arredi, alloro restauro necessario.
La festa di quest’anno, proprio per questo motivo sarà particolarmente solenne e tutti sono invitati in uno dei luoghi più belli della nostra montagna.
 

25 luglio 1982.
L’Amministrazione comunale di Busana e la Parrocchia di S.Venanzio in occasione del restauro dell’antico oratorio di S. Maria Maddalena sul Ventasso eseguito da diversi Comitati ed Associazioni

(Tratto da REGGIOSTORIA - n 16, V-2 aprile-giugno 1982)